Sedentarietà e rischio di atrofia cerebrale

Sedentarietà e rischio di atrofia cerebrale
18 febbraio 2019
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Sedentarietà e rischio di atrofia cerebrale

La sedentarietà fa male, intorpidisce il metabolismo e aumenta i rischi cardiovascolari, di diabete e di morte prematura. Non solo. Uno studio dell’Università della California di Los Angeles (UCLA), pubblicato su Plos One e condotto su 35 persone tra i 45 e i 75 anni ha evidenziato come trascorrere molte ore seduti si associ ad alterazioni morfologiche delle aree cerebrali coinvolte nella formazione di nuovi ricordi.

Ai soggetti coinvolti sono state chieste informazioni sui loro livelli di attività fisica quotidiana e il numero medio di ore trascorse seduti ogni giorno nella settimana precedente la ricerca. Successivamente ciascun partecipante è stato sottoposto a risonanza magnetica ad alta risoluzione, che ha fornito un esame dettagliato del lobo temporale mediale (MTL), una regione del cervello fondamentale nella formazione di nuove memorie.

L'analisi dei risultati ha consentito di appurare che un comportamento sedentario è strettamente legato all'assottigliamento del lobo temporale mediale, compromettendo la capacità di formare nuove memorie e esponendo al rischio di demenza. Purtroppo, sembra che anche praticare attività fisica, anche a livelli elevati, non sia sufficiente a compensare gli effetti dannosi del permanere seduti per lunghi archi di tempo.

Per approfondire la ricerca, i ricercatori dell’UCLA hanno progettato un nuovo studio, di una durata maggiore, sempre focalizzato sulla correlazione tra sedentarietà e assottigliamento del lobo temporale mediale, volto anche a capire se genere, peso corporeo e razza possano essere rilevanti. Potrebbero anche esservi differenze in base a cosa si fa mentre si sta seduti, ad esempio se si è mentalmente attivi o inattivi.

Allo stato attuale, perciò, si può solo parlare di associazione fra sedentarietà e assottigliamento delle strutture del MTL e non di rapporto di causa-effetto, dato che ancora non si conoscono i meccanismi patogenetici che sono alla base di questa associazione, ma di sicuro l’osservazione fatta dagli studiosi dell’UCLA è allarmante.

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